lunedì, 31 gennaio 2005
 Unicità  della Shoah ? Il razzismo e la follia.

C'è chi pensa che la Shoah sia unica e non ritiene giusto paragonarla a altri genocidi.

La Shoah è certamente unica nelle sue dimensioni. Ma l'impulso razzista che l'ha guidata e sostenuta, la volontà di annientare completamente un altro popolo invece che, eventualmente, sconfiggerlo, è un impulso che va diviso tra tutti coloro che hanno commesso genocidi nel mondo. Naturalmente non è contraddittorio sostenere che esiste un'unicità della Shoah. Ma allo stesso modo esiste un'unicità del genocidio in Rwanda. Perché così è per ogni evento storico. Però i genocidi hanno molto in comune ed è questo che cerchiamo di mettere in evidenza alla Shoah Foundation.
(Douglas Greenberg, storico, presidente della Shoah Foundation in una intervista al Manifesto del 27 gennaio 2005).

Un recente post di Milton ha suscitato una piccola discussione sulla “unicità della Shoah”.

Dice Milton in una risposta ai commenti:
La Shoah è una cosa a parte, ed il progetto gratuito di annientamento che la muoveva non trova alcun paragone storico.

Ed io:
Tu dici "la Shoah è una cosa a parte". Ecco, vorrei capire perchè. Un progetto gratuito, cioè senza motivazioni, seppur aberranti ? Qual'è la differenza con altri genocidi extraeuropei (Kmer rossi) o più vicini (Stalin) ?
Non sarà forse proprio il fatto di essere una tragedia tutta europea, nonostante la "superiorità della civiltà occidentale dalle radici giudaico-cristiane" ? In questo senso è una cosa a parte, una parentesi (incomprensibile) in millenni di "civiltà" ?
E se non è questo, cos'è che la rende una cosa a parte ? Non è domanda retorica, mi piacerebbe capire.
Aggiungo soltanto che io non mi sento estraneo a quella tragedia: chi può dire che sarebbe stato sicuramente dalla parte giusta ?

Milton:
Gianni: I khmer rossi hanno, a ben vedere, portato sino alle estreme conseguenze le teorie staliniste e poi maoiste sulla "rieducazione" che ritenevano interi ceti sociali abbisognevoli di un lavacro culturale. Con una spaventosa e visionaria svolta, hanno sic et simpliciter stimato irrecuperabili queste persone. Demoniaco quanto si vuole quindi, ma un progetto poltiico, peraltro perseguito non contro un popolo, ma contro propri concittadini, e la riprova ne è che la sua critica porta con sè la ripulsa anche delle premesse marxiste-leniniste e maoiste che ne costituivano la base culturale. Lo stesso discorso, più o meno, per i massacri staliniani. La Shoah, invece ( a parte la sua concettuale diversità per trattarsi di genocidio, e cioè di eliminazione di un popolo in quanto tale ) mi pare possa definirsi un vero delirio per la sua gratuità: avantieri in tv rievocavano la notte dei cristalli, i roghi delle cose degli ebrei e la gente che indicava bambini ebrei esclamando "Bruciamo anche loro!". Un progetto di eliminazione di un popolo studiato a tavolino, sfogo per una ferocia disancorata da ogni riferimento reale, tant'è che l'unica seria opposizione che i macellai trovarono fu non in opinioni dissenzienti, e quindi sul terreno politico, ma nell'umanità, nella bontà di singoli, vale a dire in ambito prepolitico.

Nei commenti al mio post precedente ho sostenuto che non si può dire semplicemente che la Shoah sia stata  frutto della folliaEcco mi pare che Milton sostenga più o meno la stessa cosa: “un vero delirio per la sua gratuità”.
Come se dietro alla Shoah non ci fosse una ideologia aberrante (la purezza della razza) tradotta nelle leggi razziali e degli scopi precisi (eliminare tutti coloro che insidiavano tale purezza: ebrei, handicappati, omosessuali, zingari; oltre agli  oppositori politici). Che in tutto questo ci sia follia non c’è dubbio. Che la follia da sola spieghi la Shoah è tutt’altro discorso.
Che poi il Giorno della Memoria sia dedicato alla Shoah  è vero; è perciò legittimo sostenere che non sia opportuno disperdere l’attenzione. Ma a che serve la memoria della Shoah se non si mette l'accento sul razzismo, ancora tanto vivo e vegeto ?

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giovedì, 27 gennaio 2005


La memoria  e le vittime

Io un post così sulla memoria non saprei farlo, davvero.

Le due immagini parlano delle vittime, di ieri e di oggi. Soltanto.



postato da: giannitos alle ore 09:16 | Permalink | commenti (6)
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mercoledì, 26 gennaio 2005


 Costruttore di pace ?

Simone Cola era in Iraq  in my name, purtroppo  dice Angelo  e io sono d’accordo, anche se si tratta di una verità scomoda, per me. Quindi non solo mi dolgo per la sua morte ma mi sento anche in qualche modo responsabile.
Da qui a chiamarlo “costruttore di pace” però ce ne corre ! Lo ha definito così monsignor Angelo Bagnasco, Ordinario militare (il supercappellano), durante i funerali.
"(…) Simone, in un altro contesto, in un'altra missione, con un altro mandato, sarebbe stato un "costruttore di pace". Ma lì, in Iraq, come membro di un esercito di occupazione, sotto il comando del contingente britannico, non svolgeva il ruolo di "costruttore di pace" ha scritto Lisa Clark alla moglie di Simone Cola in una lettera pubblicata da Liberazione, accusando il vescovo ( e il Papa prima di lui) di usare quelle parole per confondere la verità.

Sono passati quarant’anni da quando don Lorenzo Milani scrisse la Lettera ai cappellani militari che consideravano  “ un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà».
Vale la pena di rileggerla: parla della guerra, delle guerre italiane dell’ultimo secolo, partendo dall’art. 11 della Costituzione; dell’unica “guerra giusta”, quella partigiana.  Contesta una malintesa idea di Patria e parla dell’Europa ormai “alle porte”. Contrappone la coscienza all’obbedienza. E conclude con parole che sembrano scritte per l’oggi:
Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

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lunedì, 24 gennaio 2005
Rocco e i suoi cancelli

Se apriamo i cancelli all'immigrazione fra cent'anni l'Europa - ha ragione la Fallaci - non esisterà più, sarà islamica. E poi anche loro (gli immigrati) raggiungendo il benessere smetteranno di fare figli e sarà la fine dell'umanità.

Questo il pensiero (si fa per dire) espresso qualche sera fa a Otto e mezzo  da Rocco Buttiglione, cattolicissimo, filosofo, ministro della Repubblica e demografo a tempo perso.  Cito a memoria, ma non semplifico: tale era la finezza e complessità del ragionamento. Bisogna dire che il livello della discussione con Gianni Vattimo non era elevato.  Si parlava di morale sessuale cattolica e Gianni (che si autodefiniva anticlericale) aveva risposto all'affermazione di Rocco "non si fanno più figli" con un " lasciamo entrare gli immigrati, che figliano come conigli".  Da cui la piccata risposta di Rocco.

Devo dire che la islamofobia di certi cattolici e di gran parte della Chiesa non è forse del tutto infondata.
Mi spiego. Sono convinto che la mescolanza delle etnie e delle culture è generalmente positiva. Però non possiamo disconoscere che islam e  cristianesimo (parliamo di cattolicesimo, che conosco meglio) sono assai diversi nel loro rapporto con la società.
Semplificando (ma avrei problemi a fare di più) mi pare che il cattolicesimo tenda a conformarsi e adattarsi alla società in cui opera, mentre l'islam tende a informarla di sè e a modellarla.  Certo la Chiesa cattolica periodicamente cerca di imporre certi suoi principi alla società (soprattutto nel campo della morale sessuale). D'altra parte ci sono cattolici che si oppongono con forza a certi valori dominanti (il consumismo, l'egoismo sociale...). 
Ma quanti sono i cattolici convinti e coerenti con gli insegnamenti del Vangelo ?  La paura dell'islam non nasce  proprio da questa "debolezza", che forse altro non è che l'abbandono del carattere rivoluzionario del Vangelo ?

P.S. Io non sono un cristiano nè convinto nè coerente ma ogni tanto, sempre più spesso (sarà l'età che avanza),  mi pongo il problema di una morale "forte", ne sento  la necessità .
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domenica, 23 gennaio 2005
Abbiamo scherzato

Forse su questo blog il lato burlone del mio io non è mai apparso, oppure poco. E molti hanno creduto che volessi per davvero chiudere il blog. Anzi mi scuso con chi ha usato parole accorate e magari potrebbe sentirsi offeso dallo scherzo.
L’idea mi venne un po’ di tempo fa vedendo questo post del Militante, che ha collezionato ben  centosettantadue commenti annunciando una pausa di riflessione. Voglio vedere che succede, mi son detto, se annuncio la chiusura.
Devo confessare candidamente che da quando ho aperto il blog non mi ha mai sfiorato l’idea di smettere. Mi diverto troppo, a scrivere, anche a prescindere da chi legge. Devo dire che i commenti mi fanno piacere; non tanto perché testimoniano un interesse, ma perché sono curioso di quello che pensano gli altri. E se lascio un commento su un altro blog  mi piace ricevere una risposta. Quindi ha ragione Pucci, anche in base al principio evangelico di fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te.
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categoria:varie ed eventuali, di blog e di scrittura