sabato, 30 aprile 2005

Il nuovo papa e la chiesa che trattiene

Mi sembra interessante questa intervista al filosofo Mario Tronti, in alcune parti un po' tosta (per me).
Tronti è piuttosto ottimista sul nuovo papa e sul corso che imprimerà alla Chiesa. Questo è il brano che mi ha più interessato (ma vale la pena di leggerla tutta):

La scenografia di Piazza San Pietro, sia nel giorno dei funerali sia in quello dell'intronazione, esprimeva tutta la potenza simbolica della Chiesa, una potenza simbolica intatta e grandiosa dopo due millenni di storia e dopo alcuni secoli di modernità secolarizzata. Questa sapienza divina nell'uso del simbolico, questo saper tenere insieme le masse e i prìncipi del pianeta, ci rimette di nuovo di fronte alla Chiesa come potenza politica. C'è un rapporto complesso fra eskathon cristiano e katechon della Chiesa, fra il futuro di salvezza che il cristianesimo offre all'umanità e la funzione di trattenimento della storia che l'istituzione-Chiesa svolge da sempre. E credo che bisognerebbe instaurare un rapporto preciso fra questa complexio oppositorum del cattolicesimo romano e le forze storiche della trasformazione. Dovremmo riconoscere alla Chiesa questa sua funzione di trattenere la modernità, di ritardare l'accelerazione dello sviluppo. C'è oggi una grande questione antropologica, che riguarda in primo luogo l'Occidente ma comincia a interessare anche il grande Oriente: il contrasto fra l'accelerazione impetuosa del tempo nella produzione, nei consumi, nelle comunicazioni, nell'uso di massa della tecnologia, e i tempi umani che non riescono ad assorbirla, fanno fatica a starle dietro, con tutte le conseguenze che ben conosciamo in termini di comportamenti di massa: assunzione superficiale dell'innovazione, accettazione leggera di tutto quello che passa il mercato, acquisizione volgare del benessere e della ricchezza. Una sinistra moderna dovrebbe farsi carico di questa contraddizione invece di mettersi al seguito della corsa.
Ed è qui che invece interviene il rapporto della Chiesa con il mondo. Dice Ratzinger: «più una religione si assimila al mondo più diventa superflua». Ha ragione, e la frase vale anche per la politica: più la politica si assimila al mondo, a ciò che è così com'è, più diventa superflua. La secolarizzazione rischia di essere questo semplice inseguimento dei tempi accelerati della produzione e della tecnica, senza forze di contrasto. E il sacro risulta l'unico elemento in grado di operare dentro questa contraddizione. Secondo me la ragione di fondo di ciò che chiamiamo crisi della secolarizzazione e ritorno del sacro sta precisamente qui. Molto spesso il ritorno del sacro va interpretato come bisogno di umanizzazione del rapporto dell'essere umano con il mondo che rischia di diventare un rapporto puramente tecnico-economico. Ed è un ritorno che ovviamente non riguarda solo la religione cattolica - anzi, se si esprime in forme religiose diverse tanto meglio.

 

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categoria:brandelli di cultura, il mondo
venerdì, 29 aprile 2005

Matrimonio per tutti

 << Potrebbe essere uno slogan del centrosinistra per le prossime elezioni politiche. >>
<< Ma che dici?. Mentre la Spagna zapaterista approva il matrimonio e l'adozione per le coppie gay, molti cattolici compreso Romano Prodi sostengono che unione civile passi, ma di matrimonio non si può proprio parlare.>>
<< E perché ? Non mi è chiaro dove si trovi nel Vangelo un riferimento al matrimonio eterosessuale. >>
<< Probabilmente da nessuna parte. Comunque la Chiesa si dovrebbe occupare del matrimonio religioso: il principio di non ingerenza reciproca fra Stato e Chiesa va tenuto fermo. Ma con i cattolici e gli altri che negano il matrimonio alle coppie gay si può provare a discutere.>>
<< Proviamoci. Loro sostengono che il matrimonio è tra uomo e donna, ovviamente monogamico; ma sarebbe più giusto dire che nell'occidente cristiano si è storicamente affermato così.>>
<< Già! E proprio ieri leggevo su una rivista di filologia classica che secondo i più il latino matrimonium deriverebbe da mater e indicherebbe quindi una unione finalizzata alla procreazione: ergo uomo e donna. Però matrimonium è contrapposto a concubinatus che significa giacere insieme, una unione non legittimata insomma. Dato che i figli nascono anche ai concubini, la contrapposizione riguarda qualcos'altro.>>
<< Non capisco>>
<< In realtà l'origine di matrimonium secondo alcuni filologi  non è mater ma matricula, il registro: ciò che distingue il matrimonio dal concubinato è quindi la registrazione, l'ufficialità.>>
<< Se è così allora non ha senso negare il matrimonio alle coppie omosessuali>>
<< Ma dicono che è sufficiente il registro delle unioni civili >>
<< Ma se registro in latino è matricula, da cui matrimonio, allora...>>
<< Mi gira la testa, pensiamo un altro slogan>>

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categoria:il mondo, pedanterie linguistiche
martedì, 26 aprile 2005
Siamo sicuri che matrimonio significhi sessi diversi ?
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categoria:il mondo, pedanterie linguistiche
mercoledì, 20 aprile 2005

Il pastore tedesco

Il titolone del Manifesto di oggi è piuttosto offensivo. Per il cane.

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categoria:varie ed eventuali
martedì, 19 aprile 2005

Il giocatore invisibile (e non solo)

Una mattina di vento, nel piazzale dell’Università, mentre teneva il cappello con una mano e la cartella con l’altra, il riverbero del sole negli occhiali e l’assistente lontanissimo che occupava il centro delle lenti e si dirigeva a passi rapidi verso di lui, il professore ebbe un cattivo presentimento.
 Si fermò al riparo di una garitta di cemento e decise di non muoversi finchè l’altro non lo ebbe raggiunto. L’assistente agitava con la mano una rivista, ma solo a pochi metri il professore la riconobbe: era “La Parola agli Antichi”. Il giovane gliela porse:
‹‹ Non se la prenda, professore ››
‹‹ Che c’è ? ››  chiese il professore dilatando le pupille.
‹‹ E’ un attacco vilissimo. ››
‹‹ Andiamo ›› disse il professore. ‹‹ Non qui. ››

Una lettera  non firmata, pubblicata su una rivista di filologia classica, che attacca personalmente il “professore” traendo spunto da una etimologia inesatta da lui pubblicata: da qui si sviluppa Il giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia, il suo primo romanzo di successo, scritto nel 1978. Straordinario per me, dato che è l’unico –che mi ricordi- che ho riletto subito dopo averlo finito.
Da quando legge la lettera il “professore” non si dà pace, deve scoprire l’autore e il motivo di tanto astio. Si rivolge a colleghi ed amici, una galleria di personaggi colti ma non eccelsi fra cui spicca Salutati, con i suoi discorsi spiazzanti.

Sotto la cupola metallica del Monumento ai Caduti, dopo essersi fatti un cenno a distanza sul selciato, tra i piccioni che si alzavano in brevi voli e ricalavano più in là, il professore e Salutati si incontrarono.
‹‹ Ho piacere di vederti ›› disse il professore con la bocca improvvisamente secca. ‹‹ Come stai? ››
‹‹ Bene. E tu?››
‹‹ Male ›› rispose il professore, con un sorriso stentato. ‹‹ E’ un momento difficile ››
‹‹ Perché? ››
‹‹ Non so se posso fidarmi di te ›› rispose il professore, guardandolo con un’aria titubante.
‹‹ No. Assolutamente! ›› esclamò Salutati.
Poi aggiunse:
‹‹ Guarda, mio caro, mi spiego. ›› gli mise una mano sulla spalla: ‹‹ Se si tratta di un segreto, ›› e fece una pausa ‹‹ no. Mi conosco da troppi anni, io vivo dei segreti altrui, sono un voyeur dell’esistenza. Se invece si tratta di un consiglio, questo posso dartelo. ››

In questo romanzo Pontiggia si dimostra davvero “uno dei pochi nostri narratori (…) che sa coniugare stile asciutto di scrittura e plot (…) Mai una sbavatura, mai un aggettivo di troppo …” come scriveva Grazia Cerchi a proposito del successivo  Il raggio d’ombra, che non ho ancora letto. Ho letto invece La grande sera , vincitore del Premio Strega 1989 e non mi è piaciuto. Nella edizione riveduta del 1995 Pontiggia scrive una nota introduttiva:
"Dopo la pubblicazione della Grande Sera, nel 1989, mi sono reso conto che il testo presentava alcuni difetti non marginali. Parte della critica e dei lettori mi ha corroborato, per così dire, in questa inquietante persuasione. Dovessi riassumerli in modo schematico:
Ridondanze di colorito retorico (eccessi di antitesi, parallelismi, ossimori).
Aforisticità insistita.
Sentenziosità dei dialoghi.
Ho lavorato oltre un anno alla correzione di questi difetti. (…) Il lavoro sui dettagli ha finito per cambiare l’insieme. Spero sia migliorato."

Non abbastanza, oso dire. Quei difetti non marginali sono ancora presenti e mi provocano un sottile ma insistente fastidio, quanto basta per togliere il piacere della lettura.

postato da: giannitos alle ore 00:10 | Permalink | commenti (6)
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